Chiudi
Cerca nel sito:

Come useremo l’alghicoltura edibile per sfamarci?

Alghicoltura edibile: alghe sulla superficie dell'acqua
Condividi l'articolo

L’alghicoltura edibile rappresenta una delle risposte più promettenti alla crescente domanda globale di cibo sostenibile e ad alto valore nutrizionale. Scopriamo quali siano i suoi numerosi benefici.

Con l’aumento della popolazione mondiale e la conseguente pressione sulle risorse terrestri, l’alghicoltura emerge come un pilastro fondamentale dell’agronomia marina moderna. Coltivare alghe commestibili consente di diversificare la produzione di biomassa proteica attraverso la coltura di alghe alimentari, riducendo così la dipendenza dalle tradizionali filiere agricole.

Sia che si scelga la coltivazione delle alghe in mare, tramite impianti a filari sospesi, sia che si prediliga quella in serra, attraverso bioreattori e bacini controllati, si otterranno risultati tangibili in termini di resa ecologica. Le prime esperienze relative alla coltivazione di alghe, in Italia, confermano il valore strategico di questo settore per la tutela dell’ambiente e la sicurezza alimentare.

L’efficienza produttiva a impatto positivo

Il principale vantaggio competitivo dell’alghicoltura edibile risiede nella sua totale indipendenza dai fattori di produzione tipici dell’agricoltura tradizionale. Se i sistemi agricoli terrestri assorbono oltre il 70% delle riserve mondiali di acqua dolce, e costituiscono una delle prime cause di deforestazione ed erosione del suolo, la coltivazione di macroalghe in mare aperto non richiede terra arabile, né acqua potabile, né tantomeno fertilizzanti sintetici o pesticidi chimici.

Il consumo di acqua potabile per l’alghicoltura è pari a 0 litri per chilogrammo di biomassa prodotta. Si tratta di un dato straordinario se confrontato con gli oltre 15.000 litri necessari per produrre un chilogrammo di carne bovina, o i circa 1.500 litri occorrenti per un chilo di grano. Le macroalghe marine vantano inoltre una straordinaria velocità di crescita.

Specie brune come la Saccharina latissima o la Macrocystis pyrifera sono in grado di allungarsi fino a 30-50 cm al giorno, in condizioni ideali di insolazione e apporto di nutrienti, sintetizzando amminoacidi e carboidrati. Esse attingono esclusivamente dai sali minerali disciolti nel mare, oltre che dalla luce solare. Questa risorsa circolare unisce la rigenerazione degli ecosistemi a una straordinaria efficienza produttiva. Come evidenzia Focus, le alghe rappresentano una perentoria risposta ai cambiamenti climatici.

Secondo l’accurata guida redatta da Worldrise, relativamente allo sfruttamento delle alghe a scopo alimentare, i vantaggi dell’alghicoltura sono molteplici. Puntare su distese di macroalghe come base nutrizionale potrebbe davvero rappresentare un toccasana per una società sempre più golosa di carne e grano, due alimenti dannosi per l’ecosistema che ci ospita, specie se fatti riprodurre in maniera intensiva, come avviene in molte parti del mondo.

In che cosa consiste l’acquacoltura multitrofica

Dal punto di vista tecnologico e biologico, l’alghicoltura si è evoluta verso sistemi di coltivazione avanzati capaci di massimizzare la resa e generare benefici sistemici per l’ambiente marino. L’impiego di strutture a filari sospesi, definiti longline, e reti galleggianti permette una gestione efficiente dei cicli di semina e raccolta in mare aperto. Le ricadute positive, e le tecnologie applicate, sono documentate dai dossier scientifici di CORDIS Europa sui benefici della coltivazione delle alghe marine e dagli studi industriali di Air Liquide dedicati alla produzione di ingredienti da alghe alimentari.

L’acquacoltura multitrofica integrata con molluschi e pesci

Il modello dell’acquacoltura multitrofica integrata (Integrated Multi-Trophic Aquaculture in inglese, da cui l’acronimo IMTA) ottimizza la produzione affiancando specie appartenenti a livelli trofici differenti all’interno dello stesso impianto. Le macroalghe edibili vengono posizionate a valle degli allevamenti di pesci e molluschi filtratori. In questa configurazione, le alghe agiscono come filtro biologico naturale: assorbono l’azoto e il fosforo inorganico disciolto rilasciati dai reflui e dagli escrementi dei pesci.

Questo processo riveste un ruolo di grande importanza nella purificazione del liquido e porta a una riduzione del 50-70% dell’azoto inorganico disciolto nei pressi degli impianti. Ciò previene fenomeni di eutrofizzazione e genera biomassa edibile, ad altissima resa, senza necessità di apporti esterni di mangime.

La selezione delle specie tra macroalghe rosse e brune

Nel contesto europeo e in quello mediterraneo, la produzione si concentra su tre categorie principali di macroalghe edibili, con differenti profili nutrizionali e organolettici, le quali sono in grado di nascere e prosperare alle temperature e nelle condizioni di salinità locali:

  • la Palmaria palmata (Dulse): è un’alga rossa particolarmente ricca di ferro e dal caratteristico gusto umami. Presenta un contenuto proteico che può raggiungere il 30-35% del peso secco, ovvero un valore del tutto comparabile a quello della soia;
  • la Saccharina latissima (Kombu reale): è un’alga bruna a rapido accrescimento, ideale per l’ancoraggio su cavi verticali e orizzontali, come le longline, e apprezzata per l’elevato apporto di alginati e iodio;
  • la Ulva lactuca (nota anche come lattuga di mare): è invece un’alga verde diffusa nei bacini costieri, caratterizzata da alto contenuto di magnesio, minerali e fibre solubili.

La coltivazione di tutte e tre queste specie avviene mediante tecniche di ancoraggio a corda, o alternativamente su strutture a rete galleggiante. Queste sono mantenute alla profondità ottimale per bilanciare l’esposizione alla luce solare e proteggere dalle mareggiate.

L’assorbimento dell’anidride carbonica e la deacidificazione dei mari

Oltre al valore alimentare, le coltivazioni di macroalghe svolgono una funzione di mitigazione ambientale nei microclimi marini. Attraverso il processo di fotosintesi, le piante assorbono ingenti quantitativi di anidride carbonica disciolta sotto forma di acido carbonico.

Questo fenomeno determina l’innalzamento del pH locale dell’acqua, contrastando l’acidificazione dei mari e creando oasi protette a bassa acidità. In questi quadranti, molluschi e piccoli crostacei riescono a sintetizzare più facilmente i propri gusci in carbonato di calcio. In termini di sequestro del carbonio, gli impianti di macroalghe evidenziano una capacità di fissazione del carbonio organico stimata fino a 10-12 tonnellate di CO2 per ettaro all’anno.

La densità nutrizionale avanzata

La composizione chimico-nutrizionale delle macroalghe edibili evidenzia una densità di micronutrienti ben superiore alla maggior parte dei vegetali terrestri. Oltre ad apportare proteine ad alto valore biologico, complete di amminoacidi essenziali, la biomassa algale contiene acidi grassi polinsaturi Omega-3 (EPA e DHA) direttamente bio-disponibili, sintetizzati primariamente dai microrganismi marini senza dover passare attraverso la catena alimentare dei pesci. Il contenuto di fibra prebiotica solubile (come alginati, fucoidani e laminarine) costituisce fino al 40% della biomassa secca. Ciò promuove la salute del microbiota intestinale.

La celebre enciclopedia online di Wikipedia contiene un approfondimento chiaro, facilmente comprensibile e piuttosto utile per istruire il lettore, anche profano, in merito alla coltivazione delle alghe. La tabella sottostante mette a confronto le caratteristiche nutrizionali ed ecologiche principali dell’alghicoltura edibile con quelle delle fonti proteiche tradizionali:

Fonte alimentareContenuto proteico (in % peso secco)Consumo acqua dolce (L/kg)Uso di suolo (m²/kg)Presenza Omega-3 EPA/DHA
Macroalghe edibili15% – 35%00Diretta e bio-disponibile
Carne bovina20% – 25%~15.000>250Assente o in tracce
Soia35% – 40%~2.000~15Assente (solo ALA)
Grano tenero10% – 13%~1.500~4Assente

Il quadro normativo dei novel food

L’immissione sul mercato e l’integrazione delle macroalghe edibili nella dieta quotidiana richiedono standard di sicurezza e processi industriali idonei a preservare le qualità del prodotto. Come tutti gli alimenti destinati al consumo umano, richiedono di essere normati. L’evoluzione della figura professionale del coltivatore e le normative di settore sono reperibili nelle schede informative di Euroformation relative all’inquadramento dell’alghicoltore.

La disciplina europea dei novel food per l’immissione sul mercato alimentare

Sul territorio dell’Unione Europea, la commercializzazione delle alghe è regolata dal Regolamento (UE) 2015/2283 sui Novel Food. Specie consolidate come Nori (Porphyra); Wakame (Undaria pinnatifida); Kombu (Saccharina japonica) e lattuga di mare (Ulva lactuca) vantano una storia documentata di consumo alimentare antecedente al 15 maggio 1997 e sono oggi liberamente commercializzabili nella UE.

L’introduzione di nuove specie, o estratti concentrati, richiede invece l’autorizzazione preventiva dell’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare). Le valutazioni di questo ente impongono controlli stringenti sulla presenza di metalli pesanti, come i pericolosi arsenico, cadmio oppure piombo, e sulla concentrazione di iodio. L’EFSA raccomanda un limite massimo di assunzione giornaliera di iodio pari a 150 µg/giorno per gli adulti, soglia piuttosto contenuta, al fine di evitare alterazioni della funzionalità tiroidea.

Le sfide della raccolta meccanizzata e della lavorazione post-prelievo

Al termine della raccolta, una volta che i filari marini sono stati svuotati, la biomassa algale fresca va incontro a un rapido degrado organolettico ed enzimatico, causato dall’elevato contenuto di acqua e dalla carica batterica naturale. Allo scopo di preservare le qualità nutrizionali e organolettiche, la prima fase di stabilizzazione industriale, portata avanti tramite essiccazione controllata a bassa temperatura, congelamento rapido o fermentazione, deve avvenire entro non più di 4 o 6 ore dal taglio.

Successivamente, le frazioni proteiche e i polisaccaridi vengono estratti per la formulazione di ingredienti funzionali, integratori o sostituti proteici per la preparazione di alimenti destinati al consumo su larga scala. Le sfide principali di questo processo stanno nella creazione di corridoi rapidi di lavorazione, legati a doppia mandata alle colture e in grado di agire con tempestività, anche grazie ad aiuti tecnologici e/o meccanici, e nella realizzazione di una filiera che trasformi una materia prima nuova e ancora poco diffusa in una base alimentare di massa.

TI È PIACIUTO QUESTO ARTICOLO?
Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere aggiornamenti sulle novità e sulle storie di rigenerazione territoriale:

Condividi l'articolo
Mattia Mezzetti

Ultime Notizie

Greewashing
Greewashing addio?

Il 27 settembre entrano in vigore le nuove regole contro le pubblicità ingannevoli costruite su una sostenibilità solo a parole. I produttori sono chiamati a...

Cerca nel sito